Andando al contrario rispetto all’evoluzione tecnologica e alla modalità di fruizione della musica, SIAE ha aumentato il compenso per la copia privata e ha aggiunto lo spazio cloud. Puntata molto arrabbiata
Glossario: Pacchetto
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Non si può mai stare tranquilli, ti distrai un attimo e qualcuno ti mette le mani nelle tasche per spillarti dei soldi. Poi, se ci mettiamo che la classe politica pare non comprendere le basi di come funziona il mondo reale, le cose si fanno ancora più truci, tristi e antipatiche.
E non ce l’ho con questo governo. Ce l’ho con tutta la classe politica, perché questo schifo è nato con Franceschini, che stava, politicamente parlando, dall’altro lato, rispetto all’attuale governo.
E anche oggi puntata fuori scaletta programmata e puntata molto arrabbiata. Moltissimo.
Poi lo so che non cambierà niente, ma almeno io ve l’ho detto.
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La tecnologia a volte è difficile e usa parole o acronimi complicati, in questa sezione cerco di renderle accessibili.
VI hanno sempre detto che la più piccola informazione di dati memorizzabile è il bit, che può valere 0 o 1, nessun altro valore più grande o più piccolo e nessun valore intermedio.
Ma uno 0 o un uno non vuol dire niente.
Un insieme di bit iniziano a significare qualcosa.
Nella trasmissione di dati, l’insieme più piccolo che abbia un valore è il pacchetto, che non è quello che porta Babbo Natale sulla slitta.
Quando vengono trasmessi i dati, questi non possono essere inviati un bit via l’altro, così a caso.
La trasmissione deve essere strutturata.
La struttura prevede che l’insieme dei dati da trasmettere, che sia il testo di un’email, uno streaming video o una pagina web, venga diviso in una serie di gruppi di dati che contengono alcune informazioni importanti.
Un po’ come se doveste spedire a un amico la vostra collezione di fumetti.
Non li potete mettere tutti nella stessa scatola. Peserebbe troppo.
La dividete in più scatole e su ognuna di esse mettete i dati necessari perché arrivino tutte a destinazione.
Sulle reti è la stessa cosa.
Il contenuto, chiamato payload, viene spezzettato e suddiviso in più pacchetti.
Ogni pacchetto contiene in testa i dati del mittente e del destinatario, piu altri dati come la lunghezza del pacchetto stesso, la sequenza e il tipo di di pacchetto, in mezzo il payload e al fondo il sistema per correggere gli errori che potrebbero essere generati nella trasmissione.
A destinazione tutti i pacchetti vengono uniti in ordine. Se qualcuno è corrotto, a seconda del protocollo potrebbe essere richiesta una nuova trasmissione.
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Ci sono cose antipatiche, ci sono cose orrende e ci sono cose che mi fanno uscire di testa.
Questa idea con la quale un ente privato è autorizzato dallo Stato a mettere le mani nelle nostre tasche con un motivo campato per aria a me fa uscire di testa.
Ma nel senso che vorrei andare in giro urlando le peggio cose contro questa immane porcata che è stata firmata la prima volta da Franceschini e via via aggiornata dai vari ministri della cultura che sono succeduti.
Ho provato a immaginare una metafora che potesse rendere bene il senso di questa roba, ma devo essere sincero, non ci sono metafore calzanti per spiegarla. Se ne trovate, scrivetemi.
È una roba talmente insulsa che la si può spiegare solo per quella che è.
Un artista scrive della musica.
Un tempo lo si remunerava comprando il suo disco, che fosse su vinile, cassetta o CD.
Lui aveva anche gli introiti dai concerti e dai passaggi in radio.
Insomma, scrivi una canzone, se qualcuno la vuole ascoltare deve pagare i diritti.
Mi pare lineare.
Fare copie della musica per distribuirle in giro non era ammesso, né in forma gratuita, né in vendita. SI chiamava e si chiama ancora pirateria.
Anche qui mi pare semplice.
Ma tutti ci siamo fatti le nostre compilation di musica partendo da supporti originali, da mettere nel walkman o da portare in macchina. Ore e ore di lavoro.
Lo abbiamo anche fatto sui CD audio.
Avevo un caricatore di CD pieno di mix della mia musica preferita in auto, per non lasciare gli originali, che non avrei sentito a casa e sarebbero stati più esposti al rischio di furto.
Dopotutto era musica mia che avevo regolarmente comprato.
Poi è arrivato il digitale, a partire da Apple con iTunes Store e l’iPod
La gioia di poter comprare solo le canzoni che ci interessavano e poterle mettere su un dispositivo piccolo e portatile su cui fare le playlist. Anzi, su più dispositivi per avere la propria musica ovunque.
Il mondo era cambiato.
E qualcuno ha annusato la possibilità di farci su un sacco di soldi.
Ci hanno messo 10 anni e poi ci sono riusciti.
Dal 2014 SIAE ha ottenuto di poter guadagnare dei soldi per ogni supporto di memorizzazione venduto in Italia, indipendentemente dallo scopo per il quale questo fosse venduto. Lo scopo è ridistribuirli agli autori e alle case discografiche, ai quali noi abbiamo già dato i nostri soldi comprando i brani o gli album.
Noi siamo abituati che per guadagnare dei soldi dobbiamo andare a lavorare.
Loro no, aspettano seduti che la gente compri supporti di memoria digitale e vedono i soldi che arrivano nelle loro casse.
Il motivo è che per avere il diritto di fare la copia privata, quella che mi facevo io per mettere la copia della musica che mi ero già comprato nel caricatore dei CD in auto, devo pagare.
Ma visto che SIAE non sa chi copia cosa e dove, allora mette una gabella su ogni memoria che viene venduta in Italia, che questa venga usata per copiarci sopra musica o meno.
Compri una memoria SD da mettere nella macchina fotografica? Devi dare dei soldi a SIAE.
Compri degli hard disk da mettere nel NAS dove metterai gli archivi dei tuoi progetti in CAD? Devi dare dei soldi a SIAE.
Compri dei dischi ottici per il backup dei tuoi documenti? Anche qui, SIAE ha la sua parte.
Chiavette USB, telefoni, computer, televisori con funzione DVR. Tutto quello che si compra in Italia che ha dello spazio di memorizzazione prevede che SIAE incassi dei soldi. Anche se non ce l’ha, ma prevede che possa essere usato per memorizzare audio o video.
Senza che loro muovano un dito.
Che voi ci mettiate della musica sopra o no. Questa roba copre anche i video.
Qui apro una piccola parentesi.
Tutti i film che si comprano oggi nei negozi sono protetti da copia. Craccare la protezione è reato.
Ma io pago per dei supporti di memorizzazione dentro i quali potrei mettere dei film che non posso copiare legalmente.
Chiudo la parentesi.
Ovviamente tutto questo non vi autorizza a scaricare musica e film pirata, avete solo il diritto di copiare quelli che avete acquistato, con il vincolo di non poter smontare i sistemi anticopia, come detto poco fa.
Questa cosa è una roba talmente assurda che ogni volta che ci penso mi ribolle il sangue.
Da anni.
Nel 2013, attenzione all’anno, questa cosa dell’equo compenso è iniziata nel 2014, il mondo della musica è cambiato di nuovo, in modo radicale.
È arrivato Spotify.
Non voglio dire che con lo streaming tutti hanno smesso di possedere e copiare la loro musica ovunque, ma molta gente ha smesso di avere bisogno di copiare la musica.
Adesso basta aprire l’app, cercare un cantante e ascoltare la musica in streaming.
Nessun copia da nessuna parte.
E L’accesso base a Spotify è gratis.
Poi sono nati molti concorrenti di Spotify.
In generale la maggioranza delle persone ascolta musica in streaming.
Che vi piaccia o no, che sia sostenibile o meno, non è questo il momento di parlarne, sono i dati attuali.
La gabella di SIAE su ogni supporto digitale non ha più senso di esistere, le persone non hanno più bisogni della copia privata.
E allora cosa fanno? Rivedono tutte le tariffe, propongono all’attuale ministero della cultura un rialzo globale medio di oltre il 15% e il Ministro firma.
Bravissimi tutti!
Continuano a non fare niente, vedono i soldi piovere nelle loro casse solo in base alle vendite di ogni maledetto dispositivo elettronico con storage, con cifre più elevate.
Facciamo qualche esempio.
Un disco da NAS da 8TB, oltre al suo prezzo, dovete aggiungere 21€ per la SIAE, più IVA.
Una microSD da 512GB da mettere nel drone o nella action cam vi fa devolvere 5,26€ +IVA alla SIAE
Se cambiate il telefono e quello nuovo ha 128GB di spazio, ecco che 8€ +IVA sono della SIAE.
Pensavate che fosse finita?
No, perché le idee diaboliche non finiscono mai.
Da questo aggiornamento si deve pagare alla SIAE la gabella per la copia privata di musica che non possediamo più anche per tutti i servizi cloud. Un tanto al GB al mese a utente.
Gmail con i suoi 15GB gratis, non saranno più gratis. Qualcuno, in qualche modo, verrà a chiedervi circa 6 centesimi di euro all’anno.
Se avete fatto Google One da 100GB, l’aggiunta sarà di 36 centesimi all’anno.
Sarà interessante capire come si calcolerà lo spazio occupato sui servizi cloud tipo AWS, che magari non risiedono in datacenter italiani.
E lo spazio delle sole caselle di posta?
Se la raccolta SIAE degli scorsi anni era sempre nell’intorno dei 120-150 milioni all’anno, vi ricordo, sempre senza muovere un dito, con l’aggiunta del cloud, questi 2 decimillesimi di euro a GB al mese per tutti i GB impegnati dagli utenti in Italia, a patto che si possano raggiungere e far pagare, sono altre decine e decine di milioni di euro ogni anno.
La misura è colma.
Sarebbe il caso che qualcuno, qualche associazione, qualche ente, si muovesse per far qualcosa e interrompere questo drenaggio di soldi dalle nostre tasche alle loro, senza nessuno scopo reale. Davvero nessuno.
Il tutto si somma al prezzo esorbitante dei dispositivi di memorizzazione di cui parleremo, non si può andare avanti in questo modo.
Basta.
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